Foto mia

Foto mia
Lavoro amigurumi eseguito dalla mia amica di Ampezzo, Alda Varnerin. Ha mani veramente d'oro, i suoi lavori sono sempre precisi.

sabato 6 dicembre 2008

Sant'Ambrogio patrono di Milano













SANT'AMBROEUS

Sant’Ambrogio non porta doni, è semplicemente il patrono della città di Milano.
Non ci sono dolci particolari per la sua festività e i milanesi lo ricordano per la fiera degli Obei ! Obei!.
Un tempo le bancarelle erano racchiuse nella piazza circostante la basilica ed era d’obbligo visitare la chiesa e baciare la bacheca del Santo.
In piazza le bancarelle vendevano articoli di poco prezzo, addobbi per l’albero, per il presepe, antiquariato, lavori artigianali e il profumo delle caldarroste e dello zucchero filato non ti abbandonavano mai.
I prezzi erano contenuti e non si tornava mai a casa a mani vuote.

Sono anni che non ci vado più e cioè da quando, insieme agli articoli tradizionali, hanno aggiunto tanta mercanzia che non fa più parte della tradizione .

*** Il giorno di Sant’Ambrogio, si festeggia cucinando in giallo.
E’ noto che “el risott ‘a là milanesa” (risotto alla milanese) è fatto con lo zafferano eee … il giallo zafferano è stato inventato dai milanesi ………….. :-)))
… si narra che


IL RISOTTO ALLA MILANESE: LA LEGGENDA DI ZAFFERANO
Ecco come è nato il piatto tipico meneghino.
La pianta era usata fin dall'antico Egitto ed era simbolo di benessere e prosperità.
Ecco la famosa quanto semplice ricetta del cosiddetto risotto alla milanese, o, come lo chiamano i milanesi, risòtt giald, che deve la sua fortuna a un particolare ingrediente, lo zafferano, una pianta il cui fiore, di un colore che varia dal lilla chiaro al viola purpureo, contiene tre fili rossi, da cui si ricava la caratteristica polvere, usata nell'industria dei liquori, come condimento, ma anche come digestivo e stimolante nervoso.
I paesi dove si coltiva sono la Persia, l'India, la Spagna e la Grecia.
Il nome zafferano deriva dall'arabo zaafaran; i latini, invece, lo conoscevano sotto il nome di crocus, genere di pianta che secondo la mitologia greca ha avuto origine dall'amore di Croco per la ninfa Smilace, a cui si erano opposti gli dei, che trasformarono lei nella pianta del tasso e lui in quella dello zafferano.
Secondo la tradizione romana, invece, Mercurio, dio del commercio, durante una gara di lancio del disco colpì involontariamente il suo amico Croco e, affinché gli uomini non lo dimenticassero, fece tingere del suo sangue il fiore dello zafferano.
La sua diffusione è seguita all'invasione della Spagna da parte degli Arabi (756 d.c.), che cominciarono a commerciarlo con gli altri paesi che si affacciavano sul Mediterraneo.
Essendo ancora una spezie rara e pregiata, leggi molto rigide vietavano l'esportazione dei bulbi di zafferano dalla Spagna, che così ne mantenne il monopolio commerciale, fino a quando, sotto il regno di Filippo II (1527-98), un padre domenicano, tal Santucci, riuscì a sottrarne piccole quantità che portò nella sua terra d'origine, l'Abruzzo.
Già sotto gli Sforza, lo zafferano faceva la sua comparsa negli eleganti banchetti milanesi (dove, tra l'altro, era diffusa l'usanza di ricoprire con una sottile foglia d'oro le vivande servite a tavola), ma la leggenda vuole che, soltanto nell'anno 1574, fu utilizzato in modo del tutto casuale nella preparazione del famoso risotto giallo, detto da allora alla milanese. Secondo un manoscritto che oggi si trova alla biblioteca Trivulziana, infatti, Mastro Valerio di Fiandra, fiammingo di origine, all'epoca lavorava alle vetrate del Duomo di Milano (sue quelle di Sant'Elena), affiancato da un assistente che aveva soprannominato Zafferano, per la sua mania di mescolare un po' di giallo in qualunque tinta usasse.
Per scherzare, un giorno il maestro gli disse che continuando così avrebbe finito per mettere del giallo anche nel risotto.
Zafferano lo prese in parola e il giorno delle nozze della figlia di Valerio, si accordò con il cuoco incaricato del banchetto e fece aggiungere dello zafferano al riso, di solito condito con il solo burro.
La ricetta ebbe successo, grazie non solo al gusto saporito dello zafferano, ma anche al suo colore giallo oro, sinonimo di allegria e quindi adeguato alla circostanza.
In Italia le sole zone dove si produce lo zafferano sono la Sardegna e le terre intorno a L'Aquila; per questo da sempre i milanesi chiamano la famosa polverina zafferano d'aquila, alimentando la falsa credenza che abbia qualcosa a che fare con i rapaci; la convinzione si è talmente radicata che, nei negozi, si è cominciato a pubblicizzarlo con un falchetto impagliato.
La tradizione vuole che lo zafferano, fin dall'antichità, fosse simbolo di ricchezza materiale e spirituale, nonché sinonimo di benessere, abbondanza, gioia e serenità; inoltre, secondo più di una cultura, la sua particolare sfumatura di colore è associata all'immortalità.
La fiera degli Obei ! Obei ! -

che tradotto in italiano sarebbe o belli ! o belli! ... questo era il richiamo dei venditori ambulanti, per attirare l'attenzione.





La bellissima basilica di Sant'Ambrogio

Sant’ambrogio
Fiera degli "O bei! O bei!" in occasione della festa del Patrono S. AMBROGIOLo stesso giorno, il 7 dicembre, si apre la stagione operistica al teatro La SCALA
La festa di Sant'Ambrogio racchiude in sé manifestazioni a carattere religioso, popolare, culturale e rappresenta un evento significativo per Milano.
Ogni anno i milanesi ricordano il loro patrono, recandosi alla Messa, celebrata dall'Arcivescovo, nella basilica dedicata al Santo, seguendo un rituale che è rimasto costante nel tempo.
La città, attraverso i suoi rappresentanti ufficiali e quelli delle categorie economiche e produttive, rende omaggio al Patrono.
A partire dal 1866 nelle vie attorno alla Basilica si tiene la Fiera degli "Oh bei, oh bei", manifestazione popolare particolarmente cara ai milanesi.
La festa ha origini antiche e risale al 1288, periodo in cui essa si svolgeva nei pressi di Santa Maria Maggiore.
La manifestazione ha luogo dal 7 all'8 dicembre ed è famosa per la presenza di numerose bancarelle ricche di colori e profumi, che creano un'atmosfera davvero suggestiva.
Vi si può trovare una grande quantità di giocattoli, dolci tipici , oggetti d'antiquariato ed ogni sorta di cianfrusaglie.
Per i bambini la fiera è come il "paese dei balocchi" ed è l'occasione giusta per farsi viziare da nonni e genitori.... anche in vista del Natale ormai vicino.
Nello stesso giorno il Teatro alla Scala apre la sua stagione operistica.
Ogni anno, in occasione della festa del patrono, centinaia di persone, tra cui personaggi famosi, si recano alla Scala per assistere alla prima rappresentazione della stagione.
Solitamente l'apertura della stagione scaligera è affidata ad un'opera di Verdi, musicista molto amato dai milanesi.

San Nicola e Speculoos biscotti


Ho preparato gli Speculoos diverse volte, usando metà quantitativo di questa ricetta, disegno le sagome sul cartoncino, le appoggio sull’impasto tirato col mattarello, e armata di santa pazienza, giro intorno al cartoncino con un coltellino a punta per ritagliare la pasta.
Ora i bimbi sono grandi, una è a Londra, l’altro dalla morosa e … mamma riposa

BISCOTTI DOLCI ALLA CANNELLA "SPECULOOS"

Tipo di piatto:
dolce tipico del 6 dicembre, quando San Nicola (antenato di Babbo Natale) porta i doni ai bimbi belgi e in tutti i paesi dovesi festeggia questo Santo
Tempo di preparazione: 3 ore circa

Ingredienti:
850 g di farina,
1 kg di zucchero di canna,
250 g di burro,
2 cucchiaini di cannella in polvere,
1 cucchiaino di bicarbonato

Preparazione:
lavorare burro e zucchero aggiungendo poco a poco farina, bicarbonato, cannella e non più di 1 dl d'acqua.
Lasciare riposare per 2 ore, poi stendere l'impasto e ritagliarlo con stampini di alluminio della forma più gradita.
Deporre le sagome su una teglia imburrata e riscaldare in forno per 10-15 min. a calore medio.
www.belgio.it



SAN NICOLA

E’ ormai faccenda nota:
la figura di Babbo Natale trarrebbe ispirazione da un santo realmente vissuto, San Nicola di Bari che (come è evidente) è nato in Turchia (a Patara) tra il 260 e il 280 D.C.
San Nicola, elargitore di doni (leggenda narra che donò tre sacchetti d’oro come dote a tre sorelle nubili poverissime) e attuatore di miracoli, partecipò al Consiglio di Nicea, fu Vescovo di Mira e morì il 6 dicembre (forse) 343.
Nel 1087, dopo l’invasione dell’Asia Minore da parte dei turchi, le sue spoglie furono trafugate da 62 marinai baresi, che le “sottrassero dalle mani degli infedeli” e le portarono per l’appunto a Bari, ove oggi sorge la Basilica che porta il suo nome.
Trasformato in un personaggio simbolico proprio per l’elargizione di doni e per la protezione dei bimbi (leggenda vuole che ne salvò tre dall’annegamento in una tinozza), il suo culto si diffuse in Europa, dove veniva festeggiato il giorno della sua morte, il 6 dicembre.
Le celebrazioni del suo anniversario furono in seguito introdotte dai primi coloni olandesi negli Stati Uniti, sotto il nome di Sinterklaas, da cui derivò infine il nome Santa Claus.
Come è ovvio, molti culti hanno contribuito a forgiare la figura di Santa Claus:
San Nicola non era l’unico portatore di doni (Odino era un suo degno collega) né l’unico benevolo anziano grassottello e barbuto.
Di conseguenza, venne rappresentato con diversi costumi e mantelli, sin quando non svestì definitivamente gli abiti vescovili per indossare la famosa tuta rossa e bianca.
Ciò accadde relativamente tardi, vale a dire solo agli inizi del Novecento ed, in particolare, dopo le campagne della Coca-Cola che, dal 1931, lo raffigurarono con i colori della ditta.
E questa è, molto in breve, la storia di Babbo Natale.

venerdì 5 dicembre 2008

Girolle












GIROLLE

NO GIROLLE ?
No stuzzichini sfiziosi a Natale !!!

Io ce l’ho in montagna e per le feste funzionerà alla grande … faccio fogliette con il grana, con il montasio di latteria, … non sono ancora riuscita a trovare i blocchi di cioccolato, ma qualche cosina riesco ad ottenerla con il cioccolato alto.

Questo attraente utensile è stato inventato nel 1982 da Nicolas Crevoisier a Lajoux (Giura svizzero).
Da allora, molte famiglie e ristoranti sono stati sedotti da questa piccola meraviglia.
La Girolle è formata da una base di legno con al centro un "lungo chiodo", dopo avere tolto la crosta superiore al formaggio, questo viene infilzato al centro e con un'apposita manovella tagliente si gira, ed ecco il formaggio si trasforma in fiore.
Con questi fiori di formaggio ci si può sbizzarrire in cucina e la presentazione del piatto sarà più "chic".
Servito con marmellatine varie o come guarnizione di piatti è ottimo, e dato che è tagliato fine fine "va giù" che è un piacere.
Idea regalo sfiziosa, anche per chi non apprezza il formaggio, perché la simpatica girolle può essere usata anche con un bel blocco di... cioccolato.


GIROLLE TETE DE MOIN

Il Tete de Moine è il formaggio che gli svizzeri usano con la girolle, ma ciò non toglie che si possono ottenere delle goduriose rosette con formaggi nostri, abbiamo anche caciotte che si adattano benissimo all'arnese.

Tete de Moine, letteralmente " testa di monaco ", ha origine nelle ultime propaggini del Giura svizzero.
E' un formaggio a pasta dura, adatto alla lunga conservazione, o semimorbida, prodotto con latte fresco non pastorizzato proveniente da mucche nutrite con foraggio fresco.
Il Tete de Moine ha gusto aromatico e intenso, più pronunciato nel formaggio invecchiato.
Il Tete de Moine, aromatico e intenso, va sempre raschiato delicatamente, con l'apposito attrezzo, la girolle, fino a creare delle deliziose " rosette " di formaggio che ne esaltano l' aroma armonioso, mai tagliato!
In cucina, è usato come un formaggio da grattugia, ma può essere utilizzato per sostituire il Parmigiano nella guarnizione di un piatto di carpaccio, rendere l'insalata un piatto singolare insieme a noci, limoni e erba cipollina.
Sarà un ottimo spuntino se consumato come lo servono gli svizzeri: con semi di cumino e fette di pane fresco.
Il Tete de Moine ha una elegante forma cilindrica che lo rende inconfondibile e si conserva, coprendo il taglio con un panno inumidito di vino bianco, nella parte meno fredda del frigorifero.

Rosa di Natale - Elleboro














ROSA DI NATALE

Il primo fiore conosciuto come simbolo del Natale, è la Rosa di Natale.
Non è difficile trovarla in montagna, se è coperta dalla neve, al primo disgelo spuntano fuori i delicati fiori bianchi.
E’ uno spettacolo vederli, a volte formano delle macchie stupende.
... e anche su questo fiore, c'è una bellissima leggenda, da raccontare ai vostri bambini.


Racconta una leggenda europea che nella notte di Natale di tanti e tanti anni fa una bambina, che viveva con i genitori in una casetta al limite del bosco, era seduta su una pietra fuori della sua casa e piangeva con tanti singhiozzi e tante lacrime.
Una Fatina, che l'aveva sentita piangere, scese accanto alla bimba e le domandò perché piangesse.
Magdeleine, questo era il nome della bambina, le disse che piangeva perché avrebbe voluto fare un regalo alla sua mamma che con lei era molto buona, ma erano poveri e non poteva comprare niente da regalare ed era ancora troppo piccola per poter fare qualche bella cosa da offrire.
La Fatina allora, la prese per mano e la condusse appena dentro al bosco al di la del prato.
Battè per terra con il suo bastone magico ed in quel punto nacque una piantina.
Era una piantina molto bella con le foglie di un bel verde brillante e uno stelo alto sul terreno.
Dopo poco tempo dalla cima della piantina spuntò un fiore.
I suoi petali erano bianchi con delicate sfumature rosate ed era un fiore molto, ma molto, speciale perché era fiorito nel pieno dell'inverno quando tutte le piante e tutti i fiori dormono sotto la neve in attesa della primavera e del sole.
Magdeleine potè raccogliere un mazzetto di quei bellissimi fiori e li portò alla sua mamma che apprezzò molto il dono e la ringraziò abbracciandola stretta stretta.
Quel fiore, da allora e fino ai giorni nostri, fiorì tutti gli inverni nel periodo natalizio e per questo motivo fu chiamato La Rosa di Natale.

Inviato da: Daria_a

Stella di Natale leggenda















E' quasi Natale, tempo di fiabe e di atmosfere, tempo di narrare della Stella di Natale, dei tanti nomi e tante facce di una stessa "stella"…

"Se hai dimenticato le parole per pregare, per avvicinarti alCielo, raccogli un mazzo di Stelle sulla collina di Taxco, portalo nella tua casa eaccendi una candela: sarà ilmiracolo della notte diNatale.


La Stella di Natale era coltivata da Indios e Aztechi, che la conoscevano col nome di "Cuetlaxòchitl" e che la consideravano simbolo di purezza e, per quanto riguarda gli Aztechi, credevano ad una leggenda secondo la quale alcune gocce di sangue di una dea, morta per amore, si riversarono sulle brattee della Poinsettia, regalandole quel magnifico colore che anche noi ancora apprezziamo così tanto ed è innegabile che, ancora oggi, nella nostra cultura, rappresenti appieno la tradizione natalizia.
Le sue meravigliose brattee rosse, così calde al nostro sguardo, simboleggiano "l'amore verso il prossimo" e "la fiducia smisurata e illimitata".
Ma dove affonda le sue radici questo significato?
Narra una leggenda messicana, che una notte di Natale di tanto tempo fa, una bambina di nome Lola, era in chiesa e ammirava i doni che le persone più ricche, portavano all'altare.
La povera bimbetta soffriva di non poter fare altrettanto e piangendo chiese a Gesù, cosa potesse fare per dimostrargli il suo amore.
D'improvviso, una voce emerse da una luce immensa e le suggerì di uscire e di raccogliere un fascio di sterpi di erbe qualsiasi e di portarle in chiesa, deponendole sull'altare.
Lola non se lo fece dire due volte, così, una volta raccolte le sterpi e portatele in chiesa, vide quelle sterpi trasformarsi in rami che sulle proprie sommità portavano quelle meravigliose stelline rosse e che alla luce delle candele, sembravano splendere.
Tutti i presenti pensarono ad un miracolo così, la Poinsettia, divenne il simbolo del donare e dell'amore verso gli altri e da quel momento si diffuse largamente, tant'è che in Messico presero a comparire un po' ovunque.
Sembra comunque che i primi che utilizzarono i rami recisi della Poinsettia siano stati i frati francescani della città di Taxco. Infatti è da questa città cttia da portare durante la processione natalizia,he sembra abbia origine la storia della "Cuetlaxochitlàn" (nome con cui veniva chiamata nella zona di Taxco) o Poinsettia, dove l'avrebbe vista per la prima volta, il diplomatico che la introdusse poi negli Stai Uniti, sulle colline della città.
Ancora oggi, in quella zona, si utilizzano le sue brattee rosse da cui si ricava una sostanza colorante, per tingere le lane, mentre dal suo lattice gli Indios traggono un potente medicinale che combatte gli stati febbrili.
Il nome di questa pianta è quanto mai particolare, in quanto ne esistono certamente due ma scientificamente se ne usano anche altri due.
Sappiamo bene che il nome botanico è Euphorbia pulcherrima (Euphorbia dal nome di Euforbio, medico personale di Giuba, re dei Numidi, che pare sia stato il primo a scoprire i principi velenosi contenuti nel lattice di questa famiglia di piante e pulcherrima che deriva dal latino e che significa "bellissima") e che l'altro con cui la conosciamo, è Poinsettia, ma la curiosità è che, se non fosse intervenuto Carlo Linneo, questa pianta probabilmente si chiamerebbe Tittimali o Tittimalli, che in greco significa all'incirca "pianta che produce germogli".
La peculiarità di questa pianta è che avendo grandi riconoscimenti in molti paesi del mondo, ha anche nomi "volgari" diversi, ma sempre molto particolari e molto evocativi e, in ogni caso, nella stragrande maggioranza delle nazioni, la parola Stella ricorre.
Tanto per farvi alcuni esempi, posso dirvi che il suo nome in Messico è "Flor de la Noche Buena" (Fiore della Notte Santa), proprio in virtù della leggenda che vi ho appena narrata.
In Francia, dove è conosciuta come "Etoile d'amour" (Stella d'Amore), viene commercializzata anche per la Festa della Mamma ed ha un largo mercato in molti periodi dell'anno.
In Germania, il suo nome è "Wehinachtsstern" o "Adventsstern" o "Christstern" (Stella di Natale o dell'Avvento o di Cristo) e in Svezia, dove nella traduzione mantiene lo stesso significato di Stella di Natale, assume il nome di "Justljärna" mentre in Romania è "Coroana de Advent" (Corona dell'Avvento). Nei paesi di lingua inglese è conosciuta come "Christmas Star" o "Christmas Flower" (Stella o Fiore di Natale).
In Cile e in Perù, invece, è nota come "Corona de los Andes" (Corona delle Ande) e nel Centro-America come "Hoja encendida" (Foglia infuocata). In Spagna, addirittura, ha parecchi sinonimi: "Pascuero","Flor de Nadal", "Flor de Pascua", "Estrella federal", "Estrella de Navidad" (Fiore di Natale, Fiore di Pasqua, Stella della Natività).
Un particolare veramente interessante è, che dalla notte di un Natale di due secoli fa circa, in cui la Basilica di San Pietro fu adornata dalla Stella di Natale, che questa pianta assunse grande popolarità anche in Italia, popolarità che è continuata nel tempo fino ai nostri giorni.
Tratto dal sito: www.giardinaggio.efiori.com

giovedì 4 dicembre 2008

Polpettone di tonno alla nonnavolante


POLPETTONE di TONNO alla nonnavolante

180° tonno sott’olio(1 scatola)
2 patate grandi
10 olive nere snocciolate
5 acciughe sott’olio
1 pomodorino secco conservato sott’olio
10 capperi salati conservati sott’olio
3 uova
1 manciata generosa di Montasio grattugiato
1 cucchiaio colmo di farina
Sale e pepe q.b.

Cuocere le patate, sbucciarle, schiacciarle con i rebbi della forchetta e mettere la polpa in una terrina.
Scolare il tonno, metterlo nel mixer, tritarlo grossolanamente e metterlo insieme alle patate.
Passare al mixer, sempre grossolanamente, le olive, le acciughe e metterle nella terrina.
Passare al mixer il pomodorino con i capperi e aggiungerli agli altri ingredienti.
-suddivido i vari ingredienti da mixare, in modo che mi restino tritati un poco grossi, mettendoli tutti insieme si spappolano.
Dare una prima mescolata agli ingredienti messi nella terrina.
Ora aggiungere la farina, le uova, il sale (occhio a non salare troppo), e una buona macinata di pepe bianco.
Mescolare per bene tutti gli ingredienti e poi versare l’impasto sopra ad un foglio di carta stagnola.
Dargli la forma di un salame, arrotolarlo nella stessa stagnola e metterlo in una teglia con 2 dita di acqua.
Cuocere una ventina di minuti direttamente sul gas, possibilmente coperto.
L’ho servito con un’insalata di barbabietole rosse tagliate sottili con la mandolina, e dei topinambur lessati.
Verdure cotte o insalata di stagione, non ci starebbero male.

*** Se cuocete il polpettone direttamente nel’acqua, ricordatevi di tenere il lembo di chiusura della stagnola rivolto verso l’alto, in modo che non entri acqua.
Se poi lo cuocete a vapore è ancora meglio.

Crostata Olimondo


CROSTATA OLIMONDO
350 g farina 00
quasi un bicchiere di latte, secondo quanto tira la farina
75 g burro morbido
1 uovo
100 g zucchero
scorza del limone grattugiata (quantità a piacere
1 pizzico di sale
1 bustina di lievito
1 kg di mele cotte

Per evitare che l’impasto si spanteghi troppo, di solito uso una terrina.
Nella terrina versare la farina e fare il solito buco nel quale inserire il latte, il burro morbido tagliato a pezzetti, l’uovo (tenuto fuori dal frigor per almeno 1 ora), la scorza del limone, il sale e lo zucchero.
Impastare per bene gli ingredienti sino a formare una palla e stenderla in una teglia Ø 34/36 (teglia da pizza).
Sopra all’impasto steso, spolverare la bustina di lievito, filtrandolo attraverso le maglie di un colino.
Coprire l’impasto con il purè di mele ottenuto, lasciando scoperto un pezzetto del bordo della crostata.
Cuocere nel forno preriscaldato a 180° per 25/30 minuti.

*** Non meravigliatevi per il lievito spolverato sopra all’impasto, la mia amica Olimpia mi ha insegnato così e la crostata viene veramente morbida e buona.

*** Per le mele metto 1 cucchiaio di zucchero sul fondo di una casseruola antiaderente, unisco le mele e cuoccio a fuoco alto qualche minuto, unisco 1 bicchierino di rhum, mesco lo per bene e continuo la cottura a fuoco basso, finchè diventano purè asciutto.
Se la crostata la mangiano anche i bambini, non mettere il rhum

mercoledì 3 dicembre 2008

Biota di Claudio Pregl


Due sere fa, il mio pargolo è andato ad una piccola festa per il compleanno di un suo amico.
La richiesta: mamma fammi una torta speciale …
Stavo consultando “San Google” per ricerche mie e mi è capitato di leggere questa ricetta, che aveva attirato la mia attenzione per il nome, per gli ingredienti (tutti in casa) ed ero convinta per la sua bontà.
Non ho fatto in tempo a fotografare quella che ho fatto io, perciò vi metto la foto originale di Claudio Pregl,
Anche oggi Matteo mi ha riportato i ringraziamenti e i complimenti per la bontà di questa torta.
Ed io giro i complimenti a Claudio Pregl.
BIOTA di Claudio Pregl

teglia di 50 cm x 20 cm
Ingredienti1 kg di mele, meglio se asprigne
oppure 1 kg di pere compatte
oppure 1 kg di pere e mele
1,5 l di latte
7 panini raffermi tagliati a fettine sottili
12 cucchiai di zucchero di canna
100 g di mandorle macinate
75 g di uva sultanina
5 uova,
cannella in polvere
sale,
burro per la teglia

Preparazione
Preparate il pane raffermo tagliato a fette sottili e disponetene uno strato in una teglia da forno imburrata, ricoprite il pane con uno strato di mele tagliate a fettine e di uvetta.
Spolverate con lo zucchero già mescolato alla cannella ed alle mandorle tritate.
Ripetete l’operazione fino a chiudere con il pane.
Per finire sbattete le uova con il latte, aggiungete una presa di sale e versate tutto sulla torta.
Infornate a 160° per circa 40 minuti.

Maltagliati con zafferano, topinambur ... light

MALTAGLIATI con ZAFFERANO, TOPINAMBUR eee … light

1 porzione di pasta
1 bustina di zafferano
3 topinambur
5 olive nere snocciolate
3 acciughe sott’olio
1 bustina di zafferano
Sale q.b.
Olio: consentito

Pulire e lavare i topinambur, tagliarli a rondelle e metterli in una pentolina con acqua salata.
Cuocere per 5 minuti, unire la pasta e portare a cottura.
In una ciotola versare lo zafferano e scioglierlo con 2 cucchiaini di acqua di cottura della pasta.
Unire le acciughe tagliate a pezzettini e le olive tagliate a rondelle.
Quando la pasta è cotta, scolarla e versarla nella ciotola con tutti gli altri ingredienti.
Se è permesso aggiungere due o tre cucchiaini di olio ex v di oliva.
Mescolare eee … gnam gnam !

martedì 2 dicembre 2008

L'albero di Natale - storia












Questa è una bella favola che conosco da tempo e rinfrescata dalle pagine del web.
La dedico ai vostri bambini e nipotini perché le tradizioni vadano tramandate, così come facevano i nostri nonni.

STORIA DELL'ALBERO DI NATALE

In un piccolo villaggio di campagna, la Vigilia di Natale, un ragazzino si recò nel bosco alla ricerca di un ceppo di legno da bruciare nel camino, come voleva la tradizione, nella notte Santa.
Si attardò più del previsto e, sopraggiunta l'oscurità, non seppe ritrovare la strada per tornare a casa. Per giunta incominciò a cadere una fitta nevicata.
Il ragazzo si sentì assalire dall'angoscia e pensò a come, nei mesi precedenti, aveva atteso quel Natale, che forse non avrebbe potuto festeggiare.
Nel bosco, ormai spoglio di foglie, vide un albero ancora verdeggiante e si riparò dalla neve sotto di esso: era un abete.
Sopraggiunta una grande stanchezza, il piccolo si addormentò raggomitolandosi ai piedi del tronco e l'albero, intenerito, abbassò i suoi rami fino a far loro toccare il suolo in modo da formare come una capanna che proteggesse dalla neve e dal freddo il bambino.
La mattina si svegliò, sentì in lontananza le voci degli abitanti del villaggio che si erano messi alla sua ricerca e, uscito dal suo ricovero, poté con grande gioia riabbracciare i suoi compaesani.
Solo allora tutti si accorsero del meraviglioso spettacolo che si presentava davanti ai loro occhi: la neve caduta nella notte, posandosi sui rami frondosi, che la piana aveva piegato fino a terra, aveva formato dei festoni, delle decorazioni e dei cristalli che, alla luce del sole che stava sorgendo, sembravano luci sfavillanti, di uno splendore incomparabile.
In ricordo di quel fatto, l'abete venne adottato a simbolo del Natale e da allora in tutte le case viene addobbato ed illuminato, quasi per riprodurre lo spettacolo che gli abitanti del piccolo villaggio videro in quel lontano giorno.
Da quello stesso giorno gli abeti nelle foreste hanno mantenuto, inoltre, la caratteristica di avere i rami pendenti verso terra.

Poesia e provewrbi di Natale













Desidero far conoscere a tutti, una bellissima poesia di Natale di Padre David Maria Turoldo. Quando si avvicina il Nastale, la vado sempre a ripescare, intensifica le mie emozioni e mi ricorda il vero Natale d’altri tempi.
Padre David Maria Turoldo, nato a Coderno di Sedegliano (UD).
Dopo alcuni anni di formazione presso l’ordine mendicante religioso dei Servi di Maria (che lui definiva “mendicanti d’amore”), emette la sua prima professione religiosa nel ’35 assumendo il nome di fra David Maria.
Nel ’40 viene ordinato sacerdote e per quindici anni tiene la predicazione domenicale nel duomo di Milano.

Ma quando facevo il pastore
allora ero certo del tuo Natale.
I campi bianchi di brina,
i campi rotti dal gracidio dei corvi
nel mio Friuli sotto la montagna,
erano il giusto spazio alla calata
delle genti favolose.
I tronchi degli alberi parevano
creature piene di ferite;
mia madre era parente della Vergine,
tutta in faccende, finalmente serena.
Io portavo le pecore fino al sagrato
e sapevo d'essere uomo vero
del tuo regale presepio.
David Maria Turoldo



Proverbi di Natale

- Se metti un ceppo nel tuo camino Natale è vicino

- Natale con i tuoi Pasqua con chi vuoi

- Fino a Natale non c'è freddo nè fame; da Natale in là freddo
e fame in quantità.

-La notte di Befana nella stalla parla l'asino, il bove e la cavalla

- Quando ci sono i soldi nel borsellino si fa Natale, Pasqua e San Martino.

Ceppo di Natale - storia












CEPPO di NATALE
Questo ceppo ha 39 anni tanti quanti sono quelli del mio matrimonio.
Il primo Natale insieme, abbiamo raccontato alla nonna che avevamo acquistato un bellissimo albero con poche palline, le altre sarebbero venute in seguito.
Quando nonna ha saputo che alla base dell’albero c’era un trepiedi di metallo, ha portato Carlo mio marito nella legnaia, gli ha fatto vedere questo ceppo e gli ha detto: prendilo, gli fai un buco in mezzo e questa sarà una bellissima base per il tuo albero.
Eravamo commossi, nonna disse anche che il ceppo era beneaugurante ma all’epoca non chiesi perché e la leggenda del ceppo l’ho saputa da pochi anni.
Il ceppo lo teniamo come un cimelio, ci ha seguito in tutti i traslochi che abbiamo fatto e ancora ci seguirà nel nostro lungo cammino che ancora dobbiamo percorrere.


"CEPPO" NATALIZIO
Così era a casa dei miei suoceri in Carnia, 40 anni fa:
nel ripostiglio della legna c’era un ceppo dall’inizio dell’inverno e nessuno doveva usarlo.
La vigilia di Natale mio suocero lo metteva nella stufa a legna e questo bruciava lentamente sino al giorno dopo.
Tornati dalla messa di mezzanotte, era piacevole fermarsi ancora in cucina a scambiarci gli auguri e a mangiare la frutta secca.
La mattina di Natale, dopo esserci lavati e vestiti nelle camere fredde del piano di sopra, si correva in cucina a riscaldarci vicino alla stufa dove ancora ardeva il ceppo messo ad ardere la sera prima.
Al calduccio ci si scambiavano i regali e si procedeva con i soliti riti natalizi.
Mi dispiace di non aver mai chiesto il significato di quel ceppo tenuto in disparte per diverso tempo, l’ho scoperto navigando in internet e vi riporto quello che ho trovato.

Tradizioni:

Un tempo diffuso in tutta Europa, tuttora sopravvive in alcune regioni, generalmente di quercia, veniva acceso la notte di Natale dopo essere spruzzato di acqua benedetta e messo ad ardere nel focolare dal capofamiglia. A volte si traevano presagi dalle scintille, mentre le ceneri erano conservate ed usate poi nei rimedi contro le calamità e le malattie.
Le tante decorazioni e luci che addobbano case, alberi, e strade altro non sono che l’adattamento attraverso i secoli dell’originario ceppo natalizio, che si usava un tempo far bruciare nei camini per dodici giorni consecutivi. Doveva essere di quercia (legno propiziatorio) e questo ceppo prima di diventare natalizio era stato un ceppo “solare”. Veniva infatti bruciato per omaggiare il Fuoco del dio Sole.

tradizione di Natale, bruciare un grosso tronco d'albero.
Nella più antica tradizione popolare, il centro della festa di Natale era costituito dal ceppo, un grosso tronco d'albero che veniva bruciato nel camino. Per il ceppo veniva scelto un pezzo di legno molto duro perché doveva bruciare fino a Capodanno. Nelle campagne toscane si usava un grosso ceppo di quercia che bruciava tutta la notte della vigilia di natale e veniva riacceso ogni sera fino all'Epifania per scaldare il Bambin Gesù. Nel centro Italia si faceva ardere nel camino un ceppo di ulivo fino ai primi di gennaio, quando le ceneri venivano sparse sui campi come augurio di buon raccolto. Nell'Italia meridionale il ceppo veniva ricoperto di edera e circondato da altri dodici legni più piccoli come simbolo di Gesù e degli apostoli.
Da questa antica tradizione deriva l'usanza di confezionare dolci di cioccolata a forma di ceppo, spesso presenti sulla tavola di Natale accanto al panettone e al torrone.

domenica 30 novembre 2008

Rudolph la renna di Natale















Questa sera sono triste, il mio nipotino Marty, è tornato a Londra, lo rivedrò dopo Natale, verrà una settimana in montagna per trascorrere con noi il capod’anno.
Oggi è la prima domenica dell’Avvento, stamane mi sono presa il piccolo sulle ginocchia e gli ho raccontato la favola di Rudolph, la renna dal naso rosso.
… gli piacciono le favole, la sua bocchina era spesso spalancata e gli occhioni sgranati, poi è corso a prendere il librino dei 3 porcellini … ha ascoltato un poco ma poi è passato ai suoi giochini, mica si può pretendere che un bimbo di un anno e mezzo rimanga ad ascoltarti a lungo, però abbiamo sentito veramente l’atmosfera della magia di Natale.

LA STORIAdi RUDOLPH, la renna dal naso rosso

Questa leggenda americana fu inventata negli uffici di una catena di grandi magazzini americani, la Montgomery Ward, quando nel 1939 si decise di regalare una nuova favola di Natale.
Rudolph era una renna come le altre, ma aveva un enorme naso rosso, che purtroppo la rendeva oggetto di scherno ed emarginazione.
Ma il simpatico Rudolph entrò nelle grazie del buon Babbo Natale, che la accolse con sè, e così le renne, che da sempre erano state 8, diventarono 9.
Il grosso naso rosso dell’ultima arrivata divenne un pregio nelle fredde notti di neve e nebbia.

Questa è la storia.

Rudolph era una piccola renna del Polo Nord.
Era una renna piuttosto particolare perché il suo naso non era un normale naso da renna nero e umidiccio, ma era un enorme naso rosso luccicante come una lampadina.
Per colpa di questo nasone incredibile, tutte le sue compagne non facevano che prender in giro il povero Rudolph.
La mamma e il papà lo consolavano, ma tutto era inutile:
Rudolph si disperava, piangeva e preferiva starsene in disparte, piuttosto che essere deriso.
In una fredda e nebbiosa sera di Vigilia , Babbo Natale era molto preoccupato: non sapeva proprio che pesci pigliare in quanto c'era una nebbia così densa che non si vedeva ad un palmo dal naso. "Povero me – si disperava Babbo Natale
– come farò a portare i regali ai bimbi che mi stanno aspettando? Che tristezza!"
Pensieroso Babbo Natale guardò le sue renne, che lo stavano a guardare tristi e mogie e Lo sguardo gli cadde su Rudolph, il cui naso per la tristezza luccicava più del solito.
All’improvviso Babbo Natale si mise a cantare e a ballare come un matto, tanto che le renne pensarono che gli fosse andato di volta il cervello.
Babbo Natale aveva avuto un'idea fantastica:
"Rudolph, piccolo mio, tu stanotte guiderai la mia slitta.
Il tuo nasone rosso ci illuminerà la strada come un faro nella notte!
" Rudolph non sapeva cosa rispondere, temeva di non essere in grado di condurre la slitta in giro per il Mondo.
A questo punto le compagne di Rudolph si accorsero di essere state un po' sciocche e iniziarono a incoraggiarlo, con applausi e salti.

Vischio storia














IL VISCHIO

Pianta natalizia per eccellenza.
Per le sue virtù magiche, era considerata una pianta divina e miracolosa tanto che era permesso raccoglierla solo ai sacerdoti, utilizzando esclusivamente un falcetto d’oro.
Oggi è pianta di buon augurio, simbolo di pace, che protegge perché incarna lo spirito vitale.
Probabilmente conoscete l’usanza secondo la quale baciarsi la notte di capodanno sotto un ramo di vischio sia di buon augurio.
Ma forse non sapete che è un’usanza originaria dei paesi scandinavi e che le credenze sul vischio hanno origini celtiche..
Il vischio e’ una pianta sempreverde parassita, che cresce sui pioppi, tigli, olmi, noce.
ci si accorge della sua presenza soprattutto in inverno, dopo la caduta delle foglie delle piante e quindi i cespugli di vischio si notano poiché sono ben piantati in mezzo ai tronchi.
Questi cespugli sono costellati da bacche sferiche bianche o giallastre translucide e con l'interno gelatinoso e colloso.
Queste bacche, tossiche per l’uomo, sono cibo prelibato per gli uccelli che le trasportano e le disperdono nelle intercapedini dei rami delle piante.
Essendo il vischio una pianta parassita, le sue bacche così disperse iniziano a germogliare e a formare quel bellissimo cespuglio che ci rallegra durante le feste natalizie.
Il vischio è legato a leggende e tradizioni molto antiche:
per le popolazioni celtiche, che lo chiamavano oloaiacet, era assieme alla quercia considerato pianta sacra e dono degli dei
In molti paesi è considerato simbolo di buon augurio durante il periodo natalizio ed è diffusa l'usanza nei paesi , scandinavi di salutare l'arrivo del nuovo anno baciandosi sotto uno dei suoi rami.
Il succo delle bacche era usato per preparare colle che servivano durante l'uccellagione
Alcuni modi di dire sono entrati nel linguaggio corrente:
può essere vischiosa una sostanza attaccaticcia o una persona particolarmente tediosa,
mentre non è gradevole rimanere invischiati in certe situazioni.


Un po’ di storia:
L’usanza di appendere un ramo di vischio all’uscio di casa nasce nel Nord Europa, dove il vischio era ritenuto di buon auspicio oltre che terapeutico.
Nella mitologia scandinava, il vischio è anche la pianta sacra di Frigg, dea dell’amore: dopo che suo figlio Balder venne ucciso da una freccia di vischio, Frigg cominciò a piangere sul suo corpo, e mentre le sue lacrime si trasformavano nelle perle bianche del vischio, Balder tornò in vità; per la felicità, Frigg cominciò a baciare chiunque passasse sotto l’albero sul quale cresce il vischio (di solito pioppi, olmi e tigli), facendo sì che non potesse capitare mai nulla di male a tutti coloro che si fossero dati un bacio sotto un ramoscello di vischio.


Un’altra leggenda: racconta che
La Leggenda racconta che tantissimi anni fa, in un paese tra i monti, un Vecchio Mercante viveva solo : non si era mai sposato e non aveva nessun amico; per tutta la vita era stato avaro, aveva sempre anteposto il guadagno all' Amicizia ed ai Rapporti Umani .
L'andamento dei suoi affari era l'unica cosa che gl'importava : per lui non esistevano che i Clienti, quelli che compravano e quelli che vendevano; speculava sul bisogno dei Poveri e quante volte aveva mentito loro, piangendo miseria per vender più caro .
Non gl'importava minimamente chi fossero e cosa facessero : del resto mai la sua mano s'era aperta per donare !
Non gl'interessavano le storie ed i problemi altrui : per questo motivo, nessuno gli voleva bene, ma al mercante la cosa non pesava, tanto non andava mai oltre le apparenze !
Per avere sempre più soldi continuava imperterrito ad approfittare dell'ingenuità delle persone ed a comportarsi in modo disonesto .
Un anno però, poco prima di Natale, non riuscendo proprio a prendere sonno, nonostante avesse già contato più volte tutti i suoi denari, che teneva in casa, ben nascosti una cassapanca, decise d'uscire a fare una passeggiata : cominciò a sentire delle Voci e delle Risate, Canti e Grida gioiose di Bimbi Era strano sentire tanto chiasso, di notte, in paese : s'incuriosì, anche perchè non c'era nessuno per le strade, nonostante Voci e Rumori sembrassero molto vicini ; poi iniziò a sentirsi chiamare per nome con richieste d'aiuto e venne a conoscenza della situazione di estrema povertà di alcuni suoi Vicini, che sfamavano a stento i propri figli, mentre altri soffrivano per una logorante solitudine ed altri ancora per la perdita di uno stretto congiunto .
Cominciò a sentirsi rimordere la coscienza per non aver mai neanche lontanamente sospettato cosa si nascondesse dietro gl'individui con i quali aveva a che fare tutti i giorni per i suoi affari ed il suo Cuore si aprì alla Compassione verso quei Fratelli, meno fortunati di lui e le lacrime cominciarono a sgorgargli dagli occhi senza alcun ritegno.
Continuò così per tutta la notte, appoggiato ad un cespuglio, lungo la strada : lo inondò praticamente di lacrime di rammarico e di amarezza, mentre la sua indole cambiava radicalmente .
Ai primi Raggi del Sole, in quel cespuglio, occhieggiando fra le verdi foglioline, cominciarono a brillare delle bacche bianche : le lacrime del Mercante pentito e redento s'erano trasformate ed era nato il vischio !
Questa leggenda è di: www. mammachioccia.splinder.com


Ancora una ? … così la nonna raccontava:

La tradizione del vischio è molto antica.
Furono i Celti i primi a farne uso e a raccoglierlo ma solo in caso di effettivo bisogno: in tal caso a digiuno, vestiti di bianco, con mani pure si tagliava il vischio di quercia con una falce d’oro.
Chi non avesse seguito questa procedura in modo esatto avrebbe incontrato la morte.
Anche i druidi lo utilizzavano per pozioni magiche o medicamenti, per combattere le malattie e ancora oggi i norvegesi, al solstizio d’inverno, sono soliti bruciare il vischio in segno di buon augurio e per ricordare l’antico Dio Bälder ucciso dalla pianta stessa.
Anche i Latini ne conoscevano l’esistenza se è vero che Virgilio, grande poeta della classicità latina, mette tra le mani del pio Enea proprio un rametto di vischio prima di entrare nell’Ade.
Infine una leggenda attribuisce la nascita del vischio alla tradizione cristiana: un mercante avido e avaro, ormai vecchio, arriva alla Grotta di Betlemme dove vede Gesù.
Allora piange e si pente per la sua avidità e dalle sue lacrime si formano le bacche del vischio.
Il motivo per cui il vischio è di buon augurio è probabilmente proprio da ricollegarsi alle sue virtù medicamentose.
Tanti auguri quindi e non dimenticate di darvi un bacio sotto il vischio!!!
picì piciù